Città della Pieve, borgo umbro al confine con la Toscana, visse dal XVII al XIX secolo importanti trasformazioni sotto il dominio dello Stato Pontificio, attraversando poi le turbolenze napoleoniche e infine l’ingresso nel Regno d’Italia. In questo saggio esaminiamo in dettaglio la situazione politica e amministrativa durante il periodo pontificio, l’impatto della Chiesa e del barocco sulla vita artistica e culturale locale, i mutamenti economico-sociali del Settecento, gli effetti delle invasioni francesi a cavallo del 1800, il contributo della città al Risorgimento e le trasformazioni urbane e identitarie nella seconda metà dell’Ottocento. Città della Pieve costituisce un caso emblematico dell’evoluzione di tanti centri dell’Italia centrale, con peculiari vicende locali e parallelismi con altre città umbre e toscane vicine.
All’alba del Seicento, Città della Pieve faceva parte dello Stato Pontificio, godendo però di un nuovo status: attorno al 1600 Papa Clemente VIII elevò il borgo al rango di città, inizialmente con il nome “Città di Castel della Pieve”. Contestualmente, nel 1601 fu istituita una diocesi locale, smembrando parte della giurisdizione ecclesiastica dalla diocesi di Chiusi. Questa promozione comportò l’insediamento di un vescovo in città e segnò simbolicamente la crescita del ruolo amministrativo e religioso del centro.
Fino ad allora chiamata Castrum Plebis (Castel della Pieve), la città assunse definitivamente il nome odierno, evitando confusioni con Città di Castello. In questo periodo la governance locale era in equilibrio tra autonomie comunali residuali e il controllo papale. La comunità era ancora suddivisa nei tre storici Terzieri (Borgodentro, Castello e Casalino), eredità del medioevo, che fungevano sia da quartieri amministrativi sia da cornici per la vita civile (ognuno eleggeva un proprio priore e organizzava milizie cittadine).
Tuttavia, il potere effettivo risiedeva nei rappresentanti pontifici. Fino alla metà del Seicento la famiglia Della Corgna mantenne un’influenza feudale: Ascanio della Corgna, marchese di Castel della Pieve, aveva fatto edificare il Palazzo della Corgna come propria residenza signorile. Dopo la morte senza eredi maschi dell’ultimo duca Fulvio Alessandro Della Corgna nel 1647, il feudo tornò direttamente sotto la Santa Sede, eliminando gli ultimi residui di autonomia nobiliare. Da quel momento l’amministrazione fu affidata a governatori pontifici e la città venne inserita nella Provincia dell’Umbria dello Stato della Chiesa. I papi mantennero un assetto conservatore: i feudi nominalmente sopravvivevano sino al 1800, ma privati di quasi tutti i privilegi giuridici. Le magistrature cittadine (come il gonfaloniere e il consiglio comunale) operavano sotto vigilanza papale, e dal 1816 Città della Pieve costituì un governo all’interno della Delegazione di Perugia nella nuova ripartizione amministrativa voluta da Pio VII.
Non mancarono momenti di crisi durante il dominio pontificio. Guerre e conflitti europei ebbero ripercussioni locali, come durante la Guerra di Castro (1641-1644) tra il Papa Urbano VIII e il duca Odoardo Farnese di Parma. Nell’ottobre 1642 le truppe di Odoardo occuparono Città della Pieve durante la campagna contro lo Stato Pontificio, saccheggiando la città e le campagne circostanti per giorni. Nel 1643 subentrarono le forze alleate del Granduca di Toscana (guidate dal principe Mattias de’ Medici), che assediarono la città difesa strenuamente da pochi soldati pontifici; alla fine Città della Pieve capitolò il 19 giugno 1643. L’occupazione comportò devastazioni notevoli: interi rioni furono demoliti, i contadini depredati, gli arredi della cattedrale asportati e imposte gravose vessarono la popolazione. Solo nel luglio 1644, in seguito alla pace tra Parma e Papato, le truppe toscane abbandonarono la città restituendola all’autorità pontificia. Questi eventi dimostrano come la posizione di confine di Città della Pieve la rendesse vulnerabile nelle lotte tra potenze regionali (Papi, Farnese, Medici), similmente ad altre località umbre e laziali coinvolte nel conflitto.
Malgrado tali frangenti, nei secoli XVII-XVIII la vita politica quotidiana fu caratterizzata soprattutto dalla stabile amministrazione pontificia. Le istituzioni civiche, pur prive di reale autonomia sovrana, garantirono un governo locale ordinario: la presenza del vescovo (la città divenne sede vescovile proprio nel Seicento) e di magistrati municipali nominati (o approvati) da Roma assicurava continuità.
In confronto ai vicini centri toscani – come Chiusi o Montepulciano, allora soggetti ai granduchi Medici e poi Lorena – Città della Pieve sperimentò meno riforme innovative nel governo locale, rimanendo legata a strutture tradizionali fino alle soglie dell’Ottocento. La politica pievese era dunque inserita nel contesto dello Stato della Chiesa: obbedienza all’autorità papale, difesa dell’ordine sociale esistente e lenta evoluzione istituzionale, in linea con l’indirizzo conservatore che caratterizzò l’Umbria pontificia prima degli sconvolgimenti rivoluzionari.
Sotto il profilo artistico e culturale, Città della Pieve nei secoli XVII e XVIII visse un’epoca dominata dall’influenza della Chiesa e dallo stile barocco, che permeò architettura, arte e costumi. L’elezione a sede vescovile dopo il 1600 diede nuovo impulso all’edilizia sacra: la Concattedrale dei Santi Gervasio e Protasio – chiesa principale posta nel punto più alto della città – fu oggetto di interventi barocchi significativi.
Nel 1667 il tetto a capriate della cattedrale crollò e si decise di ricostruirlo con volte murarie, secondo il gusto dell’epoca. Tra il 1693 e il 1708 vennero aggiunte all’interno varie cappelle laterali, riccamente decorate, e nel 1738 fu innalzato il nuovo campanile. Tali modifiche conferirono alla chiesa un aspetto in linea con il barocco maturo, dotandola di altari dedicati a santi e reliquie oggetto di forte devozione popolare. Gli interni ecclesiastici si arricchirono di stucchi, colonne e ornamenti tipici dello splendore barocco, trasformando gli originari spazi medievali in scenografiche quinte devozionali.
L’arte sacra a Città della Pieve rifiorì sotto l’egida della Controriforma. Già sul finire del ‘500 il pittore Antonio Circignani, detto il Pomarancio, aveva affrescato (1598) la tribuna e la calotta del coro in cattedrale, e nei decenni seguenti artisti locali e allievi del Perugino (come Domenico Paride Alfani e Giacomo di Guglielmo) arricchirono le cappelle di tele ed elementi decorativi. Purtroppo parte di queste opere andò perduta: un fulmine nel 1783 colpì la tribuna della cattedrale, danneggiando gli affreschi del Pomarancio, di cui resta visibile solo il Padre Eterno con angeli nell’abside.
Nonostante ciò, numerose testimonianze artistiche impreziosiscono ancora oggi le chiese pievesi, a partire dalla grande tavola rinascimentale di Pietro Perugino raffigurante la Madonna con i Santi Gervasio e Protasio posta sull’altare maggiore della cattedrale. Tale opera – realizzata dal celebre pittore nativo di Città della Pieve alla fine del Quattrocento – continuò nei secoli successivi ad essere venerata e costituisce un elemento identitario forte per la comunità.
La compresenza di capolavori rinascimentali e aggiunte barocche nelle chiese cittadine testimonia la stratificazione culturale: il passato umanistico coesisteva con le nuove sensibilità del Seicento, quando la Chiesa promuoveva un’arte emozionale e didascalica per coinvolgere i fedeli. La vita culturale era in larga misura plasmata dalla religione. Confraternite laicali (come quella dei Disciplinati Bianchi, proprietaria dell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi dov’è conservato l’affresco dell’Adorazione dei Magi del Perugino) organizzavano processioni e festività sacre che scandivano il calendario civico. Feste patronali – su tutti San Gervasio e Protasio, protettori della città – vedevano cerimonie solenni e coinvolgimento popolare.
Fonti del Seicento riferiscono di “miracolose scoperte di sacre reliquie” in città che accendevano la devozione degli abitanti. L’apparato barocco delle celebrazioni religiose (macchine processionali, fuochi d’artificio, musiche sacre) era simile a quello di altre città umbre e la vicina Roma: la comunità, guidata da clero e vescovo, partecipava intensamente, trovando in tali eventi sia un conforto spirituale sia un’occasione di coesione sociale. Anche i terzieri cittadini contribuivano alla vita culturale con giochi e rievocazioni: già in epoca barocca continuavano le cosiddette “cacce del toro” e altre giostre che le compagnie rionali organizzavano come guerre piacevoli in tempo di carnevale.
Queste manifestazioni ludiche (antenate dell’odierno Palio dei Terzieri tuttora celebrato ogni anno) dimostrano come tradizione religiosa e tradizione profana convivessero: la fede e la Chiesa davano il tono ufficiale alla cultura locale, ma sopravvivevano momenti di svago comunitario legati ad antichi rituali civili. Sul piano architettonico, oltre alla cattedrale, anche altre strutture ecclesiastiche rispecchiarono l’evoluzione dello stile. La Chiesa di San Francesco, ad esempio, fu completamente ricostruita nel Settecento: l’originaria chiesa gotica trecentesca, divenuta inadeguata, venne demolita nel 1776 (si salvò solo la facciata fino al rosone) e riedificata con un interno più ampio e luminoso.
Oggi il suo interno mostra eleganti linee tardo-barocche e neoclassiche (ampie volte, cappelle con altari in stucco, decorazioni sobrie in bianco e azzurro) – segno dei gusti mutati nel corso del XVIII secolo – mentre l’austera facciata gotica rimasta testimonia l’antico aspetto. Tali trasformazioni allineavano Città della Pieve alle tendenze artistiche del tempo: la città, pur periferica, recepiva i modelli architettonici in voga nello Stato della Chiesa, analogamente ad altri centri umbri come Foligno o Spoleto dove nel Settecento si rinnovarono cattedrali e chiese in forme barocche. In sintesi, nei secoli XVII e XVIII la cultura pievese fu impregnata di spiritualità e magnificenza barocca. La Chiesa determinò committenze artistiche e ritmi sociali: dalle tele sugli altari alle statue processionali, ogni espressione artistica serviva a esaltare la fede. L’arte e l’architettura locali, pur ispirandosi a modelli “alti” (Roma, Perugia, ecc.), acquisirono un carattere proprio inserendosi armonicamente nel tessuto urbano medievale della città. Questo periodo gettò le basi di un forte senso d’identità religiosa e culturale nella popolazione, che avrebbe parzialmente resistito anche ai successivi rivolgimenti politici.
Durante il Settecento, la vita economica e sociale di Città della Pieve rimase prevalentemente rurale e tradizionale, ma non fu immune a spinte di riforma provenienti dall’alto e ai nuovi fermenti illuministici. L’economia locale si basava soprattutto sull’agricoltura: i fertili colli tra Val di Chiana e Trasimeno producevano cereali, vite e olio, e la città era nota sin dal medioevo per la coltivazione dello zafferano, preziosa spezia utilizzata sia come colorante che come merce di scambio. La presenza di questo “oro rosso” arricchì nei secoli le corporazioni agricole locali, entrando anche nello stemma cittadino come elemento identitario.
Nel Settecento la struttura agraria era ancora quella della mezzadria e dei piccoli possedimenti ecclesiastici: vasti terreni erano legati agli ordini religiosi o alla mensa vescovile, coltivati da contadini che versavano parte del raccolto come affitto. Questa situazione, comune a gran parte dell’Umbria pontificia, garantiva stabilità ma frenava l’innovazione. Le autorità pontificie nel XVIII secolo tentarono alcune riforme economiche per modernizzare lo Stato. Ad esempio, i papi Benedetto XIV (1740-1758) e Pio VI (1775-1799) promossero provvedimenti di razionalizzazione fiscale e incoraggiarono l’agricoltura con bonifiche e infrastrutture, sebbene in misura minore rispetto ai vicini Granduchi di Toscana.
In Umbria, e quindi anche nell’area pievese, furono gradualmente eliminate alcune barriere doganali interne e semplificate le imposte sul commercio del grano. Verso la fine del secolo, l’apertura della nuova strada carrozzabile Pievaiola – che collegava Perugia a Città della Pieve e Chiusi – migliorò i collegamenti viari, favorendo gli scambi con il capoluogo umbro e la Toscana. Ciò contribuì ad animare i mercati locali: Città della Pieve, posta su questo snodo, vide aumentare il transito di merci (grano, vino, bestiame) e viandanti.
Tuttavia, il peso economico della città restava modesto; a confronto di centri limitrofi come Chiusi o Cortona (in Toscana), che beneficiarono delle riforme leopoldine – abolizione della servitù della gleba, liberalizzazione del commercio – il territorio pievese continuò ad essere segnato da rapporti socio-economici tradizionali, con lentezza nell’assorbire l’innovazione. Allo stesso tempo, l’Illuminismo diffuse nuove idee anche entro i confini dello Stato della Chiesa, seppur contrastato dall’autorità papale.
A Città della Pieve non sorsero circoli illuministi di rilievo, ma alcuni segnali del clima culturale emergono. Il caso dell’erudito locale Cesare Orlandi è emblematico: nato nel 1734, Orlandi fu autore di una monumentale opera intitolata Delle città d’Italia e sue isole adiacenti compendiose notizie (1770-1778). In questo lavoro enciclopedico, rimasto incompiuto alla lettera C per la sua morte nel 1779, Orlandi raccolse dati storici, geografici ed economici su molte città (inclusa la sua Città della Pieve), animato dallo spirito razionale e documentario tipico del Secolo dei Lumi.
L’opera, considerata una preziosa fonte settecentesca dimostra come anche in un piccolo centro umbro vi fossero intellettuali partecipi del più ampio movimento culturale europeo, interessati alla catalogazione del sapere e alla valorizzazione delle realtà locali. Orlandi stesso, sacerdote colto, rappresenta quella fascia di clero illuminato che cercò di conciliare fede e ragione. Sul piano sociale, nel Settecento cominciarono a intravedersi i mutamenti che avrebbero portato alla nascita di una borghesia locale. Accanto alla nobiltà terriera e al clero, iniziarono ad emergere figure di professionisti laici – medici, notai, mercanti benestanti – che, pur non mettendo in discussione l’ordine costituito, acquisirono gradualmente più peso nella comunità.
Queste élite urbane, sebbene limitate nel numero, introdussero idee di progresso: ad esempio, sostennero l’istituzione di scuole di base per i ragazzi (spesso gestite da ordini religiosi riformatori, come i Scolopi o i Lasalliani, favoriti da Benedetto XIV) e si fecero promotrici di accademie letterarie sul modello di quelle sorte a Perugia. La vicinanza alla Toscana – dove Granduca Pietro Leopoldo applicò radicali riforme ispirate all’Illuminismo – offriva un termine di paragone stimolante: di là dal confine si aboliva la tortura e si discutevano nuove agricolture, di qua (nel dominio pontificio) si iniziava timidamente a parlarne nei salotti colti locali.
Un episodio significativo fu la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di Papa Clemente XIV. A Città della Pieve, se vi erano istituzioni educative rette dai Gesuiti (o da altri ordini soppressi successivamente), queste passarono sotto controllo laico o diocesano, aprendo spazi a un insegnamento più orientato alle scienze e alle lingue moderne. Si trattò di cambiamenti lenti e parziali, ma che contribuirono ad ampliare gli orizzonti della comunità.
In sintesi, negli ultimi decenni del Settecento la società pievese iniziò a respirare una “aria nuova”: accanto alla secolare fedeltà alle tradizioni cattoliche, si affacciavano l’interesse per le riforme e un primo senso di identità civica laica. Questo humus avrebbe favorito, qualche anno dopo, l’accoglienza delle idee rivoluzionarie francesi e risorgimentali da parte di una minoranza di cittadini, preparando il terreno ai cambiamenti epocali di fine secolo.
Gli eventi rivoluzionari francesi e l’ascesa di Napoleone Bonaparte ebbero ripercussioni profonde anche su Città della Pieve tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Nel 1798, con l’occupazione di Roma da parte delle truppe francesi, lo Stato Pontificio crollò: nacque la Repubblica Romana (1798-1799), un regime repubblicano ispirato ai principi francesi. L’Umbria fu coinvolta direttamente: a Città della Pieve, come nel resto della provincia, le autorità pontificie locali vennero destituite e sostituite da amministratori filofrancesi.
La città fu probabilmente inquadrata nel dipartimento del Trasimeno (dal nome del lago Trasimeno), una nuova unità amministrativa creata dai francesi comprendente Perugia e dintorni. Si instaurò così per la prima volta un governo laico e repubblicano, con simboli e procedure moderne: l’albero della libertà issato nelle piazze, il tricolore francese accanto a quello romano, municipalità e giunte nominate sul modello d’Oltralpe.
La breve Repubblica Romana portò alcuni cambiamenti radicali: si proclamarono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’abolizione dei diritti feudali residui e delle decime ecclesiastiche, la soppressione degli ordini religiosi contemplativi con la requisizione dei loro beni. A Città della Pieve ciò poté significare, ad esempio, la confisca di proprietà del capitolo cattedrale o dei conventi (per essere vendute a privati o incamerate dallo Stato) e la fine dei tributi feudali che alcuni contadini forse ancora dovevano al vescovo o a nobili. La popolazione accolse questi stravolgimenti in modo vario: probabilmente i ceti colti e parte della borghesia emergente videro con favore le riforme illuministe portate dai francesi (libertà civili, ridimensionamento del potere del clero), mentre il popolo minuto, tradizionalmente legato alla Chiesa, reagì talora con diffidenza.
Non si registrarono grandi moti contrari in città – non risultano episodi di “Viva Maria” (le insorgenze contadine filoaustriache e papaline che altrove avvennero) – ma la tensione era palpabile. Dopo pochi mesi, nel 1799, l’avanzata delle truppe austro-russe in Italia determinò la caduta della Repubblica Romana: con il ritiro dei francesi, Città della Pieve tornò sotto il controllo pontificio, seppur per breve tempo, poiché le vicende napoleoniche non erano ancora concluse. Nel 1809 infatti Napoleone, divenuto imperatore, decise l’annessione diretta dei territori pontifici all’Impero Francese.
L’Umbria e il Lazio (esclusa Roma città) vennero integrate nell’impero: nacquero i dipartimenti del Trasimeno (capitale Perugia) e del Tevere. Città della Pieve, dal 1809 al 1814, fece parte quindi dell’Impero napoleonico. Durante questo quinquennio la città sperimentò più compiutamente la modernizzazione francese. Amministrativamente, fu sede di un cantone all’interno del Dipartimento del Trasimeno, con un maire (sindaco) nominato dal governo e un Consiglio municipale. Venne applicato il Codice Civile napoleonico, introducendo istituti giuridici nuovi: la laicità dello stato civile (registri di nascita, matrimonio e morte tenuti dal Comune e non più dal parroco), la possibilità di divorzio, l’uguaglianza ereditaria tra figli (superando le vecchie prerogative fidecommissarie). Economicamente, Napoleone impose coscrizioni militari e pesanti prelievi: molti giovani pievesi furono arruolati a forza nelle armate francesi e mandati a combattere lontano (alcuni non fecero ritorno dalle guerre in Spagna o in Russia).
Le casse comunali dovettero sostenere requisizioni di derrate e denaro per l’esercito imperiale. D’altro canto, l’inclusione nell’Impero comportò anche benefici: la soppressione definitiva degli ordini religiosi nel 1810 liberò edifici poi destinati a usi pubblici (ad esempio, ex conventi divenuti caserme, ospedali o scuole); fu garantita una maggiore libertà di culto alle minoranze (eventuali ebrei della zona ottennero pieni diritti, sebbene la comunità ebraica locale fosse esigua o assente); vennero avviati lavori pubblici con standard moderni, e la legge uniforme favorì gli scambi con le regioni vicine ora sotto lo stesso ordinamento. All’indomani della sconfitta di Napoleone, nel 1814, Città della Pieve fu restituita allo Stato Pontificio.
La Restaurazione riportò il controllo papale, ma non poté cancellare del tutto l’esperienza rivoluzionaria: alcune riforme amministrative francesi lasciarono un segno. Pio VII, tornando al potere, mantenne ad esempio la suddivisione in prefetture/delegazioni (in parte mutuate dai dipartimenti napoleonici) per governare più efficacemente le province. Inoltre, parecchi abitanti avevano assaporato concetti nuovi di cittadinanza e diritti individuali, e guardavano ormai con occhio critico il ritorno dell’ancien régime clericale. Non a caso, negli anni successivi, covarono sentimenti liberali e carbonari anche in Umbria.
Va segnalato che nel 1849 vi fu un secondo episodio di Repubblica Romana (quella mazziniana), ma esso toccò principalmente Roma e poche altre città; in Umbria l’ordine pontificio fu ristabilito quasi subito dalle truppe francesi inviate da Napoleone III in aiuto del Papa Pio IX. Città della Pieve in quell’occasione non sembra essersi sollevata, ma l’eco dei moti del 1848-49 contribuì ulteriormente a diffondere idee risorgimentali tra i suoi cittadini più sensibili, preparando il terreno alla svolta unitaria del 1860.
Negli anni del Risorgimento italiano, Città della Pieve – come l’intera Umbria – rimase fino al 1859 sotto il dominio dello Stato Pontificio, ma fermenti patriottici crescevano anche in questo tranquillo borgo di confine. Un momento cruciale fu il 20 giugno 1859, quando la vicina Perugia insorse contro il governo pontificio e venne brutalmente repressa (episodio passato alla storia come il “massacro di Perugia”). Questi fatti suscitarono indignazione e solidarietà nelle altre città umbre. È probabile che alcuni pievesi filo-liberali siano accorsi in aiuto dei perugini o abbiano cospirato contro il regime papalino dopo aver appreso delle stragi compiute dai mercenari pontifici. In ogni caso, nei mesi seguenti si costituirono in Umbria comitati segreti in contatto con il Piemonte, in attesa dell’intervento liberatore. L’occasione giunse nel settembre 1860.
Mentre le truppe del Regno di Sardegna invadevano Marche e Umbria guidate dal generale Cialdini, a Città della Pieve la popolazione patriottica si mosse. Già prima dell’arrivo dell’esercito sabaudo, il 12 settembre la città insorse: venne issata la bandiera tricolore sul palazzo comunale, proclamando la decadenza dell’autorità pontificia e l’adesione a Vittorio Emanuele II. I pochi gendarmi papalini furono disarmati e costretti alla fuga. Alla testa dei patrioti locali vi era il colonnello Luigi Masi (ufficiale proveniente da Orvieto), che con circa 200 volontari prese possesso di Città della Pieve senza incontrare grande resistenza.
Per un breve momento la città fu libera e governata da un comitato provvisorio filo-unitario. Il Papa inviò però un contingente per tentare di riprendere il controllo: il generale pontificio Schmid fece marciare due battaglioni verso Città della Pieve, che fu rioccupata militarmente senza colpo ferire – i patrioti, saputo dell’arrivo delle truppe, si erano già dispersi per evitare scontri impari. Come riporta una cronaca dell’epoca, all’ingresso dei soldati pontifici “tutta la città era abbandonata dai ribelli, i quali alla notizia dell’arrivo della truppa in parte si ritirarono in Toscana portando via armi e munizioni, e circa 200 ripiegarono su Orvieto al comando del colonnello Masi”.
Il controllo papalino fu però effimero: l’avanzata rapidissima dell’esercito piemontese rese vano ogni tentativo di resistenza dello Stato della Chiesa. Il 14 settembre 1860 Perugia cadde in mano ai sabaudi, e pochi giorni dopo (tra il 17 e il 18 settembre) le decisive sconfitte delle truppe papali a Castelfidardo e Ancona sancirono la fine del potere pontificio nelle Marche e in Umbria. Di fronte a 6.000 soldati piemontesi che avevano già occupato Città di Castello e minacciavano Perugia da nord, il generale Schmid abbandonò in fretta Città della Pieve e si ritirò.
Il 18 settembre le forze italiane poterono quindi entrare pacificamente in città, accolte con entusiasmo dalla popolazione. Città della Pieve e il suo territorio furono posti sotto il Commissariato Generale Umbro del marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, incaricato di amministrare le ex province pontificie in vista dell’annessione al Regno di Sardegna. Seguirono settimane di fervore politico. Vennero nominati nuovi amministratori comunali di fiducia liberale, mentre si preparava il plebiscito per sancire l’unione al costituendo Regno d’Italia.
Il voto si tenne il 4 e 5 novembre 1860: anche a Città della Pieve i cittadini maschi aventi diritto furono chiamati alle urne per esprimersi sulla seguente domanda: «Volete far parte della Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II?». L’affluenza locale fu alta. Secondo documenti d’archivio dell’epoca, su circa 2.000 elettori iscritti a Città della Pieve votarono in 1.600 – un dato molto significativo, indice di mobilitazione e consenso. Il risultato fu praticamente unanime a favore del Sì, come ovunque in Umbria: la notizia telegrafata dal Gonfaloniere (sindaco) pro tempore Borghini recitava: “In Città della Pieve di 2000 circa iscritti, 1600 votanti. Si spera sieno tutti sì”.
Il responso plebiscitario confermò dunque la volontà dei pievesi di congiungersi all’Italia unita. Formalmente, l’Umbria (e con essa Città della Pieve) fu annessa al Regno sabaudo il 17 novembre 1860 e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia nel marzo 1861, entrò a far parte a tutti gli effetti dello Stato italiano unitario. Città della Pieve venne inclusa nella nuova Provincia di Perugia del Regno d’Italia.
L’ingresso nell’Italia unita rappresentò per la città la fine di un’era secolare di governo pontificio e l’inizio di profondi cambiamenti istituzionali: abolizione immediata dell’influenza temporale del clero sull’amministrazione, adozione dello Statuto Albertino (che garantiva alcune libertà civili), introduzione della coscrizione militare italiana e uniformazione alla legislazione nazionale.
Nonostante le trasformazioni, va sottolineato che il processo risorgimentale a Città della Pieve – come in molta parte dell’Umbria – avvenne con relativamente poca violenza e con notevole partecipazione popolare favorevole. Questo differenzia l’esperienza umbra da quella di alcune regioni meridionali dove l’Unità incontrò resistenze (brigantaggio). Si può dire che la popolazione pievese nel 1860 percepiva l’unione all’Italia come un progresso: la borghesia locale ne guadagnava in opportunità e rappresentanza, e anche contadini e artigiani speravano in un’amministrazione più illuminata rispetto al passato regime clericale.
Il Risorgimento a Città della Pieve fu dunque vissuto con entusiasmo patriottico, alimentato dal desiderio di libertà e modernità maturato nei decenni precedenti e scatenato dagli eventi bellici del 1859-60.
Con l’ingresso nel Regno d’Italia, dalla seconda metà dell’Ottocento Città della Pieve conobbe numerosi cambiamenti urbani, sociali e tecnologici, in un contesto di graduale modernizzazione guidata dalla nascente borghesia locale. Il nuovo governo unitario promosse nei decenni 1860-1890 politiche di ammodernamento infrastrutturale anche nei centri minori: nel territorio pievese vennero migliorate le strade di collegamento (la Strada Pievaiola fu elevata a strada statale di importanza regionale) e soprattutto fece la sua comparsa la ferrovia. Poco lontano dalla città passava la linea ferroviaria Firenze-Roma (completata negli anni ‘60 dell’Ottocento), e fu costruita una stazione di Città della Pieve lungo la tratta, che servì il centro abitato per oltre un secolo.
L’arrivo del treno rivoluzionò i trasporti: persone e prodotti potevano ora muoversi più velocemente, integrando l’economia locale con mercati più ampi. I produttori agricoli pievesi poterono spedire vino, olio e zafferano verso Perugia, Firenze o Roma con facilità, e giungevano in città manufatti industriali prima introvabili (macchinari, utensili in metallo, tessuti). Anche il telegrafo venne installato presso il Municipio, collegando Città della Pieve al nuovo sistema nazionale di comunicazioni in tempo reale. Il tessuto urbano, rimasto quasi immutato per secoli all’interno delle mura medievali, iniziò ad adattarsi ai tempi nuovi. Fu inaugurata (nel 1870) la piazza del Mercato rinnovata, e furono avviati lavori di igiene pubblica: lastricatura di strade, creazione di fognature e illuminazione pubblica a gas nelle vie principali.
Uno dei simboli del fervore civile ottocentesco fu la costruzione del Teatro degli Avvaloranti, elegante teatro all’italiana ricavato entro un palazzo preesistente (o ristrutturato ex novo attorno al 1870, secondo le fonti locali). Questo teatro – intitolato probabilmente ad un benefattore locale, Avvalorati/Avvaloranti – divenne il salotto buono della cittadina: vi si organizzavano spettacoli di prosa, lirica, veglioni danzanti e conferenze, segno di una vivace vita culturale borghese. In molte città umbre post-unitarie sorsero teatri simili (si pensi al Teatro Morlacchi di Perugia o al Teatro Caio Melisso di Spoleto), spesso ad iniziativa dei notabili locali desiderosi di adeguare la propria città ai modelli di raffinata socialità dell’Italia unita. Città della Pieve seguì questo trend, a testimonianza dell’esistenza di una borghesia urbana attiva e orgogliosa.
Parallelamente, la borghesia pievese – composta da professionisti (medici, avvocati), proprietari terrieri illuminati, commercianti e funzionari statali – assunse la guida politica ed economica della comunità. I sindaci e consiglieri comunali dell’epoca post-unitaria provenivano spesso da queste file. Essi promossero diverse iniziative: l’istituzione di scuole pubbliche laiche (vennero aperte la Scuola Tecnica e una Scuola Normale femminile per maestre), la fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso (sul modello ottocentesco diffuso in Italia, per aiutare gli artigiani e operai in caso di malattia o difficoltà), e la creazione di una biblioteca civica comunale.
Molti di questi fermenti erano alimentati dallo spirito positivista e progressista del tempo. Anche le donne della borghesia cominciarono ad avere ruoli maggiori nella società civile, ad esempio organizzando opere pie e manifestazioni culturali (nel 1887 risulta a Città della Pieve un Comitato femminile per i festeggiamenti del centenario della nascita di Perugino, segno di coscienza storico-artistica locale). La società pievese conobbe dunque un’evoluzione: l’analfabetismo, ancora elevato nel 1861, iniziò a calare grazie alla scuola dell’obbligo; le relazioni sociali divennero meno gerarchiche man mano che la nobiltà terriera perdeva privilegi e il clero vedeva ridursi il proprio ruolo temporale.
In seguito alle leggi eversive del 1866-67, molti beni ecclesiastici (conventi, terreni) furono incamerati dallo Stato e rivenduti: a Città della Pieve diversi ex conventi furono trasformati – il già citato convento di San Francesco divenne proprietà pubblica (oggi ospita uffici e spazi culturali), e l’antico Seminario Vescovile fu adibito a collegio e poi a scuola. Il clero continuò ad esercitare influenza spirituale, ma il Comune e le nuove istituzioni secolari guidavano ormai lo sviluppo cittadino. Ciò talvolta generò contrasti: ad esempio, l’applicazione del non expedit (divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica nazionale imposto da Pio IX) portò inizialmente molti notabili cattolici pievesi a stare ai margini della politica, lasciando spazio ai liberali anticlericali. Solo verso fine Ottocento, con papa Leone XIII, si attenuò il conflitto Stato-Chiesa e in città tornarono a collaborare attivamente tutte le componenti.
Dal punto di vista urbano, si assistette anche ad una espansione al di fuori delle mura medievali. Nella seconda metà dell’Ottocento sorsero edifici nella zona immediatamente esterna alle antiche porte: ad esempio presso Porta Perugina e Porta Fiorentina furono costruite case e stabilimenti (molini, fornaci per laterizi) funzionali alle attività agricole circostanti. La popolazione crebbe moderatamente: se nel 1861 gli abitanti erano circa 2.500, verso il 1900 si avvicinavano a 3.500, segno di migliorate condizioni igieniche e minore mortalità infantile. Importante innovazione tecnologica fu l’introduzione dell’illuminazione elettrica pubblica sul finire del secolo: le prime lampade elettriche comparvero in Piazza del Plebiscito (oggi Piazza Matteotti) attorno al 1897, rimpiazzando gradualmente i lampioni a gas.
Questo fatto, comune a molte città minori, segnò simbolicamente l’ingresso di Città della Pieve nel XX secolo. Nel contesto umbro, la città mantenne una dimensione raccolta ma vivace. Non divenne un polo industriale – l’industrializzazione italiana si concentrò altrove e in Umbria interessò semmai Terni con la siderurgia – tuttavia sviluppò piccole attività manifatturiere legate alle risorse locali: laboratori di tessitura di tele e filatura della lana (favoriti dalla presenza di allevamenti ovini nei dintorni), botteghe per la lavorazione del legno e del ferro, e una tradizione di maiolica artistica.
La borghesia locale investì nella valorizzazione dei prodotti tipici: fiere e mostre agricole comprensoriali venivano ospitate in città, mettendo in competizione Città della Pieve con centri vicini (come Montepulciano o Perugia) per l’egemonia culturale ed economica sul territorio. L’identità locale evolvette in modo significativo. Se per secoli essa si era fondata soprattutto sul sentimento religioso e sul legame al Papa Re, dopo l’Unità si arricchì di un patriottismo municipale e nazionale. Le nuove generazioni cresciute post-1860 celebravano ogni anno il 14 settembre (anniversario della liberazione di Perugia) e il 20 settembre (ricorrenza della Breccia di Porta Pia nel 1870) come feste patriottiche, accanto alle tradizionali feste patronali. Il ricordo delle glorie artistiche rinascimentali – Perugino in primis – divenne motivo di orgoglio civico: nel 1872 fu posta una lapide sulla casa natale del Perugino e artisti locali fondarono una pinacoteca comunale raccogliendo opere d’arte del territorio.
Questo interesse per il passato artistico si può leggere come volontà di costruire un’identità cittadina laica e colta, complementare a quella religiosa. Anche il dialetto locale, le usanze popolari (canti, proverbi, ricette tipiche come la torta al testo con zafferano) iniziarono ad essere visti come patrimonio da preservare, sull’onda del romanticismo ottocentesco per le tradizioni popolari. In definitiva, nel periodo post-unitario Città della Pieve compì un deciso passo verso la modernità. Pur restando un piccolo centro rurale, beneficiò dell’unificazione nazionale acquisendo servizi e mentalità nuove. La borghesia emersa in questi decenni divenne portavoce di istanze di progresso e traghettò la città nel Novecento. Le mura medievali racchiudevano ora non più un borgo statico sotto il dominio dei papi, ma una comunità dinamica di cittadini italiani, consapevoli sia delle proprie radici (religiose e artistiche) sia delle opportunità del futuro.
Tra il 1600 e la fine dell’Ottocento, Città della Pieve attraversò un percorso storico complesso, fatto di continuità e svolte epocali. Sotto il dominio papale nel Seicento e Settecento, la città mantenne le sue antiche istituzioni comunali e tradizioni, pur soggetta alla ferrea regia pontificia e coinvolta talora nei conflitti che agitavano l’Italia centrale (come la Guerra di Castro che la vide saccheggiata nel 1643).
La Chiesa influenzò profondamente ogni aspetto della vita: l’arte e l’architettura fiorirono in chiave barocca con cattedrali rinnovate, affreschi e altari fastosi, e la vita culturale ruotava attorno a festività religiose, confraternite e rituali collettivi. Nel corso del Settecento si iniziarono però a sentire i venti del cambiamento: le timide riforme papali e le idee dell’Illuminismo introdussero semi di modernità – si pensi all’opera erudita di Cesare Orlandi – preludio ai rivolgimenti politici successivi.
La fase delle invasioni napoleoniche e della Repubblica Romana di fine Settecento rappresentò per Città della Pieve una brusca cesura: in pochi anni la città passò dalla teocrazia pontificia ai princìpi rivoluzionari di libertà e uguaglianza, sperimentando poi il governo imperiale francese. Questi eventi, sebbene traumatici (coscrizioni forzate, confische ecclesiastiche) e di breve durata, lasciarono un’eredità importante in termini di istituzioni laiche e di aspirazioni politiche. Così, quando giunse l’ora del Risorgimento, la comunità pievese era pronta a schierarsi per il cambiamento: nel 1860 i patrioti locali insorsero, issarono il tricolore e contribuirono attivamente all’annessione dell’Umbria al nascente Regno d’Italia. L’entrata nell’Italia unita avviò un processo di rinnovamento senza precedenti.
Nella seconda metà dell’Ottocento, la città visse trasformazioni urbanistiche (infrastrutture viarie e ferroviarie, nuovi edifici pubblici come il Teatro Avvaloranti), sociali (emancipazione della borghesia, diffusione dell’istruzione) e tecnologiche (illuminazione pubblica, telegrafo) che la proiettarono nella modernità. La borghesia locale assunse il ruolo di ceto dirigente, forgiando una nuova identità cittadina più laica e nazionale, ma al tempo stesso impegnata a custodire il patrimonio storico-artistico e le tradizioni locali. In questa sintesi di antico e moderno risiede l’originalità della vicenda pievese: una piccola città umbra che, pur conservando le tracce del suo glorioso passato medievale-rinascimentale e la devozione ai valori tradizionali, seppe adattarsi ai grandi mutamenti dell’età contemporanea.
In conclusione, la storia di Città della Pieve dal XVII al XIX secolo riflette, in scala locale, le grandi dinamiche della storia italiana: il lento declino dell’ordine antico, la spinta dell’innovazione culturale, lo scontro tra ancien régime e idee nuove, fino all’Unità nazionale e al progressivo sviluppo socio-economico. Eventi globali – dalle guerre dei principi italiani alle campagne di Napoleone, dal Risorgimento industriale alle riforme liberali – ebbero ripercussioni tangibili su questo borgo, modellandone il destino. Allo stesso tempo, elementi peculiari (come la forte impronta religiosa barocca, o la partecipazione compatta al plebiscito del 1860) ne fanno un caso interessante nel panorama umbro.
Confrontata ad altre città vicine, Città della Pieve mostra parallelismi e differenze: come Perugia e Spoleto condivise la dominazione papale e la liberazione piemontese; come i borghi toscani confinanti risentì delle politiche riformatrici e trasse vantaggio dalle nuove infrastrutture; ma mantenne un’identità autonoma, fondata sull’equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Questo equilibrio le consentì di entrare nel XX secolo conservando il suo patrimonio storico e al contempo abbracciando il futuro, esempio di resilienza e adattabilità della provincia italiana.