Città della Pieve (PG)

Città della Pieve nel Novecento: un secolo di cambiamenti

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I primi del Novecento: una città contadina alle soglie della modernità

All’inizio del XX secolo, Città della Pieve era ancora immersa in un contesto profondamente rurale. Il paesaggio circostante era modellato da poderi e colline coltivate a cereali, olivi e vigne, mentre il tessuto sociale era retto da una struttura ancora largamente mezzadrile. Famiglie contadine vivevano nei poderi in simbiosi con la terra, in accordi di mezzadria stipulati con i proprietari, spesso residenti nei palazzi del centro storico.

La città, racchiusa tra le sue mura medievali, conservava un’identità forte, fatta di tradizioni religiose, feste popolari e piccoli commerci. Tuttavia, gli echi della modernità iniziavano a farsi sentire: le prime comunicazioni ferroviarie con Chiusi e Perugia, l’arrivo del telegrafo, la crescita del sentimento nazionale. Nelle osterie e nei caffè si discuteva di politica, di socialismo, di monarchia. La tensione sociale, alimentata dalle dure condizioni di vita, portava alla nascita delle prime leghe contadine e cooperative, in particolare nelle frazioni come Moiano.

La Prima Guerra Mondiale: sangue e memoria

Con l’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, nel maggio del 1915, anche Città della Pieve fu profondamente coinvolta. Centinaia di giovani furono chiamati alle armi e inviati al fronte. Molti non fecero ritorno. Le lettere dal fronte raccontano storie di fango, gelo, coraggio e disperazione.

Le famiglie pievesi, rimaste a casa, affrontavano nel frattempo le conseguenze della guerra: carenza di manodopera, razionamenti alimentari, crisi economica. Le donne divennero protagoniste della sopravvivenza rurale, mantenendo attiva la produzione agricola in assenza degli uomini.

Dopo il 1918, la città, ferita dal lutto ma fiera dei propri caduti, eresse un Monumento ai Caduti: un obelisco elegante, collocato nei giardini pubblici, ornato da rilievi e decorazioni in bronzo, divenuto simbolo della memoria collettiva.

Il Ventennio fascista: repressione, trasformazioni, consenso forzato

Dopo la crisi del primo dopoguerra, l’instabilità sociale ed economica aprì la strada all’ascesa del fascismo. Anche a Città della Pieve, fin dai primi anni '20, il clima divenne teso. Nella frazione di Moiano, nel 1921, si verificò un episodio emblematico: la Casa del Popolo, fondata nel 1913 dai socialisti, fu attaccata e devastata dalle camicie nere. Fu un evento traumatico, che segnò l’inizio di un periodo di repressione politica e di annullamento delle libertà democratiche.

Con la presa del potere da parte di Mussolini, il Comune fu commissariato e il sindaco eletto sostituito dal podestà, figura nominata dal regime. Furono imposte uniformi, simboli, cerimonie e propaganda. I bambini venivano inquadrati nei Balilla, gli adulti nei Fasci, mentre il dissenso veniva silenziato con sorveglianza e violenza.

Tuttavia, il regime portò anche a opere pubbliche: la costruzione della scuola Marconi in stile razionalista, il miglioramento della viabilità rurale, la realizzazione di impianti sportivi e di colonie estive. Ma sotto la superficie, fermentava ancora una coscienza critica: intellettuali, contadini, artigiani che non accettavano passivamente la retorica del regime e che avrebbero trovato voce nella Resistenza.

La Seconda Guerra Mondiale: occupazione, dolore e liberazione

Quando, nel 1940, l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale, le famiglie pievesi si trovarono ancora una volta a dover salutare figli e fratelli diretti al fronte. Le prime difficoltà si fecero sentire nei campi: mancanza di manodopera, razionamenti, requisizioni da parte dello Stato.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio firmato da Badoglio, l’Italia centro-settentrionale cadde sotto l’occupazione tedesca. Città della Pieve non fu risparmiata: i soldati della Wehrmacht presidiarono il territorio, si installarono nei palazzi e nelle scuole, minarono i ponti in previsione di una ritirata e usarono la popolazione come scudo umano.

Tra il 15 e il 19 giugno 1944, la città fu teatro di intensi scontri tra le forze tedesche e gli Alleati, supportati dalla Resistenza locale. Più di 70 civili persero la vita in quei giorni, tra cui don Pompeo Perai, il parroco, ucciso mentre prestava soccorso ai feriti nella zona di Ponticelli. Il 19 giugno 1944, giorno dei santi patroni Gervasio e Protasio, Città della Pieve fu finalmente liberata.

Il dopoguerra: ricostruzione, memoria e rinascita culturale

Terminata la guerra, la città si trovò davanti alla necessità di ricostruire non solo edifici e strade, ma anche un tessuto sociale lacerato. La Repubblica Italiana prese forma anche nei piccoli borghi come Città della Pieve, dove si tornò a eleggere sindaci e consigli comunali, e dove nacquero nuovamente partiti, circoli culturali e cooperative.

Nel 1965, nella frazione di Moiano, fu ricostruita la Casa del Popolo, simbolo della rinascita antifascista, alla presenza di Luigi Longo, segretario nazionale del PCI. Il gesto fu carico di significato: una ferita aperta nel 1921 veniva simbolicamente rimarginata.

Tra gli anni ’60 e ’80, il centro storico cominciò a svuotarsi per via dell’esodo rurale, ma nello stesso tempo iniziò a essere riscoperto: nacque un movimento per la tutela del patrimonio, per il recupero del legame con il Perugino, per la valorizzazione delle architetture storiche.

Il Palio dei Terzieri, che rinasce in forma moderna in questo periodo, divenne un simbolo di orgoglio civico e memoria identitaria, così come la nascita di associazioni musicali, corali, e culturali che contribuirono a rinsaldare il tessuto comunitario.

Città della Pieve uscì dal Novecento profondamente cambiata, ma non domata. Forte della sua storia, delle sue perdite e delle sue conquiste, ha saputo conservare la propria anima, intrecciando tradizione e modernità in un racconto collettivo che ancora oggi vive nelle strade, nei monumenti, nei volti dei suoi abitanti.

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